| Gianfranco
PASQUINO
Un saggio sul federalismo
Quando
alcune entità politiche mettono in comune parte
della loro sovranità consegnandola ad una entità
superiore, per lo più con l’obiettivo di
proteggere la loro sicurezza e di promuovere il loro
benessere, si costruisce uno Stato federale. Dopo il
successo della Lega Nord alle elezioni politiche generali
del 1992 (3.395.000 voti, 9,24 per cento), la parola
«federalismo» acquistò in Italia
connotati magici. Sembrò che tutti i partiti,
meno l’allora Movimento Sociale Italiano, che
proprio non poteva permetterselo, fossero improvvisamente
diventati federalisti, persino più federalisti
di quanto mai fossero stati regionalisti. Questo slancio
non si tradusse se non in maniera molto parziale e incerta,
secondo critici agguerriti addirittura contraddittoria,
nel testo approvato dalla Commissione bicamerale presieduta
da Nilde Jotti, ma mai discusso dal Parlamento. Il federalismo
magico e immaginario avrebbe potuto fare la sua ricomparsa
ancora più rafforzato dopo le elezioni del 1994
quando, grazie ad una sapiente distribuzione di collegi
sicuri nell’alleanza con Forza Italia, la Lega
portò in Parlamento 117 deputati e 60 senatori.
La legislatura 1994-1996 fu troppo breve e troppo turbolenta
per potersi muovere coerentemente in qualsiasi direzione,
tantomeno in direzione federalista. D’altronde,
la Lega aveva ben altro a cui pensare.
Dopo avere rotto la coalizione con Forza Italia, provocato
la crisi del governo Berlusconi perso grosso modo un
terzo di parlamentari, il partito di Bossi si trovò
ad appoggiare il governo tecnico di Dini per guadagnare
il tempo necessario a sanare le ferite della scissione.
In seguito, variamente blandita, la Lega pensò
di poter accelerare i tempi e di alzare il prezzo dei
suoi voti passando dal federalismo al separatismo alla
secessione in una sequenza inarrestabile, ma che non
faceva più crescere il suo consenso al Nord e,
soprattutto, non le consentiva di incontrarsi con potenziali
alleati. Infine nella legislatura iniziata nel 1996
la Lega ha combattuto e vinto la sua battaglia regolamentare
ottenendo che i suoi gruppi parlamentari si chiamino
al Senato Lega Nord-Per la Padania indipendente e alla
Camera Lega Nord per l’Indipendenza della Padania.
Il compito di preparare il federalismo fu affidato alla
nuova Commissione bicamerale per le Riforme Istituzionali.
Per fare il federalismo è anzitutto però
necessario che esistano i federalisti. Apparve subito
molto difficile trovarli nei diversi schieramenti politici,
con l’eccezione del professor Ettore Rotelli,
senatore del Polo, e doveva risultare ancora più
difficile credere alle affermazioni federaliste di coloro
che erano stati, quando era alla moda, entusiasti federalisti
salvo poi abbandonare le regioni al loro triste destino
di enti che non decollano, criticando aspramente lo
«Stato centralista» senza vedere la trave
di localismo e inefficienza negli occhi di assemblee
e governi regionali. Non soltanto il federalismo lo
fanno i federalisti, ma il federalismo che funziona
nasce dal basso: da una cessione di sovranità
degli enti che vogliono federarsi. Nella situazione
italiana ci si sarebbe dovuti aspettare un imponente
movimento di opinione, non soltanto nordista, a sostegno
di pressanti richieste di autonomia normativa, fiscale
e politica da parte dei governi regionali. Non si vide
nulla di tutto questo, ovvero, nel migliore dei casi,
molto poco e anche quel poco finiva per essere subordinato
alla ragion di partito.
Ad ogni buon conto, in assenza di spinte federaliste
dal basso e di quel minimo di entusiasmo collettivo
necessario a dare vita a una nuova strutturazione della
Repubblica, mancava persino il federalismo della cattedra,
ovvero un federalismo disegnato a tavolino dai professori.
Anzi, il professore federalista per eccellenza (ovvero,
quantomeno, per auto designazione), Gianfranco Miglio,
diventato senatore della Lega, giunse rapidamente, per
insoddisfazione e radicalizzazione, a scrivere l’elogio
del diritto alla secessione. Il presunto federalismo
della Lega era in realtà e comprensibilmente
interessato in maniera esclusiva al destino del Nord.
Dunque, la Lega voleva semplicemente la Padania libera
con un suo Parlamento localizzato a Mantova e un suo
governo collocato a Venezia. Ancor prima di diventare,
nella misura del possibile, ideologo e mentore della
Lega, il professor Gianfranco Miglio diede il nome alla
Padania, definì incidentalmente anche la macroregione
del centro (Etruria), ma abbandonò il resto del
paese all’anonimato di macroregione del Sud, non
osando forse spingersi fino a battezzarla Borbonia,
ma spiegando come vi predominasse la cultura da lui
definita «mediterranea», fatta di ossequio
ai capi e di reti clientelari.
Quanto alla Lega, priva di una strategia precisa, sembrò
fare parziale marcia indietro rispetto alle minacce
di secessione e alle richieste di indipendenza quando,
pur senza mai partecipare attivamente ai lavori della
terza Bicamerale, lasciò trapelare la sua disponibilità
ad accettare una devolution, una cessione di poteri
con l’elezione di un Parlamento autonomo, del
tipo di quella offerta nell’autunno del 1997 dal
Primo ministro inglese, il laburista Tony Blair, alla
Scozia. Nel frattempo, quel che non si faceva in Bicamerale
(dove mancava un disegno federale che combinasse le
strutture, i poteri e l’autonomia fiscale), veniva
fatto dal ministro per la Funzione pubblica Franco Bassanini
con le sue norme sulla semplificazione amministrativa,
nei limiti del possibile e ai limiti del federalismo.
Il punto era, però, e rimane proprio questo:
come oltrepassare quei limiti, e andare verso il federalismo,
per chi creda che questa è la soluzione ai problemi
politico-istituzionali italiani. Infatti, continua ad
essere lecito pensare che la governabilità dell’Italia
si fa soprattutto accrescendo la stabilità politica
dei governi e potenziando la loro efficacia decisionale,
non cedendo poteri ad enti, come quelli regionali esistenti,
che in grande maggioranza non hanno dimostrato di saperli
utilizzare in maniera adeguata.
Qualsiasi soluzione federale, se i federalisti vogliono
essere presi sul serio e si prendono sul serio, passa
attraverso due grandi decisioni iniziali: quali sono
gli enti da federare e quale rappresentanza politica
debbono ottenere.
La prima decisione riguarda la vitalità e, per
così dire, l’accorpabilità delle
regioni esistenti. Tutti gli studi in materia concordano
sul fatto che le regioni italiane, per lo più
enti relativamente artificiali, dovrebbero trovare modalità
di aggregazione che le rendano più omogenee,
più efficienti, più competitive. Qui si
incontra il primo, serissimo ostacolo al procedimento
di aggregazione federale. Infatti le gelosie tra regioni
e persino tra componenti intraregionali sono tali da
rendere qualsiasi ridefinizione dei confini delle regioni
un’operazione complessissima, costosissima, conflittualissima
e sicuramente lunghissima. Gli studi di fattibilità,
comunque, suggeriscono che dalle attuali venti regioni
bisognerebbe scendere a dodici. In un sistema politico
nel quale la più semplice operazione di accorpamento
di alcuni degli ottomila comuni esistenti, parecchi
dei quali così scarsamente abitati da essere
definiti «comuni-polvere», ha dato risultati
alquanto deludenti, la creazione di macroregioni appare
sostanzialmente utopistica, a meno che non venga condotta
d’imperio, con metodo del tutto opposto a quello
federale, da un potente governo centrale. Se, però,
esistesse un potente governo centrale democratico non
vi sarebbe bisogno di federalismo e se il federalismo
venisse fatto da un potente governo centrale probabilmente
non sarebbe federalismo.
La seconda decisione da prendere, se si vuole il federalismo,
riguarda la rappresentanza politica da conferire alle
entità federali/federate. Non esiste nessun sistema
politico federale, a cominciare dai due estremi (Stati
Uniti d’America e Svizzera) per finire con il
più invidiato sistema intermedio (la Germania)
nel quale non esista una apposita camera – variamente
congegnata, composta e dotata di poteri – di rappresentanza
territoriale. In Italia i Presidenti delle regioni hanno
posto il problema della Camera per la rappresentanza
territoriale, la cui soluzione può andare in
estrema sintesi dal Senato delle regioni alla, forse
già più non federale, Camera delle autonomie.
Tuttavia, i Presidenti delle regioni non sono mai riusciti
a convergere su un testo unico e a sostenerlo unanimemente,
indebolendo la loro posizione. E qui sono cascati tutti
gli asini, la maggior parte dei quali nient’affatto
federalisti.
Anche se la costruzione di una seconda Camera di rappresentanza
territoriale potrebbe servire a risolvere persino in
maniera non molto dolorosa il problema della differenziazione
funzionale e di potere del tanto paritario (nei compiti
e nei poteri) quanto imperfetto (nel funzionamento)
Parlamento bicamerale italiano, i senatori e le senatrici
(non sorprendentemente, senatrice era la relatrice in
materia) hanno fatto fronte comune contro qualsiasi
riforma di questo tipo. Dal canto suo, la conferenza
dei Presidenti delle regioni non ha saputo offrire niente
di meglio che un’elezione di secondo grado, ad
opera dei consigli regionali, della Camera territoriale,
ovvero la rappresentanza automatica di Presidenti e
assessori regionali, un po’ troppo smaccatamente
particolaristica, invece di muoversi verso un’elezione
molto competitiva at large su scala regionale. Cosicché
l’attuale federalismo rimane ingabbiato in dispute
giuridiche, niente affatto tutte tecniche e marginali.
Risulta bloccato nei confini delle regioni esistenti.
Viene abbandonato agli esperti fiscali per l’attribuzione
di risorse a un sistema federalisteggiante più
sussidiario che competitivo, vale a dire che rischia
la dispersione a vari livelli, ma soprattutto di trovarsi
surrogato, «sussidiato» dallo Stato invece
di mettere le regioni in competizione con lo Stato e
fra di loro. Infine, è stato decapitato dai proponenti
della legge elettorale sulle regioni del 1995, il cosiddetto
Tatarellum (anche se il demerito va distribuito oltre
che al capogruppo alla Camere di Alleanza Nazionale
ai Popolari e ai Pidiessini), che ha impedito deliberatamente
il potenziamento dei governi regionali con una reale
elezione popolare diretta dei loro Presidenti. E si
vedrà con le elezioni regionali del 2000 quanto
l’elezione popolare diretta del Presidente della
regione possa, da sola, davvero rilanciarla.
Con queste premesse, il federalismo in Italia potrebbe
nascere solo per miracolo. Palpabile dovrebbe essere
la soddisfazione della Lega Nord per l’Indipendenza
della Padania, che potrà continuare ad utilizzare
la carte dell’indipendenza, dell’autonomia,
della secessione e del federalismo, oltre ad altri temi
contigui e collegati, per rastrellare i voti di quelli
che vorrebbero andare il più lontano possibile
dalla politica romana, anche se, forse, sono già
abbastanza soddisfatti di trovarsi inseriti nel circuito
dell’euro che porta a Strasburgo e Bruxelles.
Tuttavia, quanti credono che il federalismo sia non
soltanto possibile, ma anche desiderabile, non dovrebbero
dimenticare che la Costituzione vigente, in attesa di
una costituzione futura, offre qualche strumento per
procedere al federalismo dal basso con il sostegno e,
se non con l’entusiasmo, almeno con l’attiva
partecipazione popolare. E’ l’art. 132,
che sembra utile citare per esteso:
Si
può con legge costituzionale, sentiti i Consigli
regionali, disporre la fusione di regioni esistenti
o la creazione di nuove regioni con un minimo di un
milione d’abitanti, quando ne facciano richiesta
tanti consigli comunali che rappresentino almeno un
terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia
approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni
stesse.
Si può, con referendum e con la legge della Repubblica,
sentiti i Consigli regionali, consentire che province
e comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati
da una Regione ed aggregati ad un’altra.
Uscire
dalla logica dei tavolini, dei politici tutt’altro
che federalisti e dei giuristi persino troppo incoscientemente
tali, è possibile. Bisogna abbandonare le formulette
e disegnare un modello reale di Stato federale, anche
in un sano a aperto conflitto con i non-federalisti,
che non sono necessariamente né centralisti né
antidemocratici, ricercando e mobilitando il consenso
degli elettori, senza i quali nessuna riforma costituzionale
funzionerà.
(da Gianfranco Pasquino, La transizione a parole, Bologna,
il Mulino, 2000, pp. 93-98)
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