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UN
LAVORO A PROGETTO O
UN PROGETTO PER IL LAVORO?
a quarant'anni dall'autunno
caldo
L'ncontro pubblico del 20 novembre
scorso, al teatrino Civico di CHIVASSO era inserito
nella manifestazione di Utopica 2009 (1)
e nel quinto ciclo di LEZIONIdiPOLITICA.
Serata ben riuscita, sia per i contenuti che per
la buona partecipazione di pubblico.
Ha fatto gli onori di casa Beppe Stocco,
a nome delle Acli chivassesi e del gruppo di Lezioni
di Politica.
La serata è iniziata con la proiezione
del documentario "Tamburi di latta",
un film documentario di Silvio Pugliano scritto
da Beppe Stocco e Prodotto dalle Acli di Chivasso.
E’ una sintesi di 30 anni di storia, dall'insediamento
Lancia, alle prime lotte dei lavoratori, alle
Brigate Rosse, alla chiusura dello stabilimento
chivassese, sotto l'influenza degli avvenimenti
più importanti si quegli anni.
Quindi è toccato ai ragazzi dell'Istituto
Europa Unita di Chivasso presentare un lavoro
di gruppo dell'attività della classe 5BSC((2)2)
e la lettura da parte di Irene e
Melissa, appartenenti alla classe IV C del Liceo
socio-psicopedagogico “ Europa Unita”
di Chivasso, di due lettere immaginarie di un
nonno operaio che ha preso parte alla stagione
dell’ “autunno caldo” del 1969
rivolta alle sue due nipoti adolescenti (3)
e la loro risposta.
(4)
Dopo i ragazzi, è stata la volta degli
oratori della serata, lo storico Marco
Revelli
(5)
e il sindacalista della Cisl Antonio
Sansone,
(6)
presentati
da Paola Vacchina,
vice presidente nazionale delle Acli.
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|
(1)
[...] Utopica 2009 si propone di ripescare nel
recente passato alcune date significative che,
senza nostalgie, crediamo possano ancora aiutarci,
in modo diverso, a riflettere su come ridare prospettiva
e senso del possibile ai nostri giorni:
il ’59, con l’apertura
del Concilio Vaticano II, che ancora ci stimola
a riscoprire il ruolo protagonista dei laici e
a vivere la ricerca della fede come un ponte,
e non come un muro tra le religioni e tra le differenti
culture;
il ’69, l’anno dell’“autunno
caldo”, una fase importante per i diritti
delle persone, quei diritti che oggi richiamano
l’esigenza di una nuova unità sindacale
e dei lavoratori. Perché il lavoro, nelle
sue forme più dignitose, torni ad essere
un valore e non solo un costo. Perchè si
promuova una nuova partecipazione dei lavoratori
e dei cittadini nell’economia privata e
pubblica;
l’89 della caduta del muro
di Berlino, con le sue speranze di pace e di un
equilibrio mondiale più disarmato, più
giusto e più partecipato da tutti i popoli.
Insomma il problema forse non è tanto,
o non è solo, quando si uscirà dalla
crisi, ma chi la subisce e chi non ne uscirà.
Chi sta già pagando i “buchi”
della finanza. Ci piacerebbe “uscirne”
con più giustizia e non con più
ingiustizia, perché il futuro che ci interessa,
e forse il solo possibile, è quello di
tutti e di ciascuno.
( Stefano Tassinari Presidente Provinciale ACLI
Torino)
(2)
Presentazione
dell'attività della classe 5BSCresentazione
dell'attività
Nelle ore di compresenza tra storia e diritto
abbiamo provato a riflettere sulle problematiche
del lavoro, accogliendo l'invito del Circolo ACLI
di Chivasso.
I motivi di questa riflessione sono in parte motivate
dalla nostra condizione di studenti liceali “a
termine”, almeno così ci auguriamo,
chiamati a pensare al nostro futuro prossimo:
scegliere di continuare gli studi , accedendo
all'università,
oppure provare a cercare un'occupazione.
La motivazione culturale risiede nella ricorrenza
del 40° del cosiddetto Autunno Caldo, stagione
di accesi conflitti sindacali; ciò ha permesso
di riflettere in concreto su come, in questi anni,
sia cambiato il mondo del lavoro, di far emergere
differenze e somiglianze.
Accanto ai testi legislativi, ci siamo serviti
di un testo di narrativa, che ci è stato
prestato dal Signor Stocco Mi spezzo ma non mi
impiego, di cui leggeremo brevi stralci, che a
nostro parere conferiscono alla nostra breve e
riduttiva esposizione, una nota leggera, semiseria,
meno formale. Infine abbiamo condotto una piccola
ricerca empirica sul campo.

foto da sx: Cristina, Carmela, Beppe (dietro),
Jessica, Laura e Alessandro
PARTE
PRIMA
Nel
1969 in Italia si registrano gravi conflitti sindacali
che investono tutti i settori produttivi; le lotte
dei lavoratori condurranno:
1.
alla firma , il 20 maggio 1970, dello STATUTO
DEI LAVORATORI;
2. apriranno una stagione di conquiste , di riforme
sociali, di garanzie e tutele salariali;
3. faranno tramontare ,definitivamente, l'ottimismo
legato al boom economico;infatti già dal
1963, nel vocabolario degli italiani,entrano le
parole congiuntura, depressione, recessione;
In
termini numerici la firma dei contratti e dello
Statuto dei lavoratori costarono allora 520 milioni
di ore di sciopero,coinvolgendo 4/ 5 milioni di
lavoratori in tutti i settori produttivi( industria,
agricoltura, edilizia..). Punto di forza era l'unità
sindacale: tutte le organizzazioni lottano compatte
.
OGGI
invece...
-
I sindacati sono divisi sulle strategie di lotta;
-
spesso si giunge alla firma separata dei contratti,
non riuscendo perciò a scalfire il blocco
della controparte, ottenendo risultati inferiori
alle attese e risultando così più
deboli;
-
gli scioperi e le occupazioni delle fabbriche
avvengono in presenza o di fronte alla conclamata
minaccia di chiusura dell'unità produttiva,
come purtroppo sta troppo frequentemente accadendo,
in questi ultimi mesi , sul nostro territorio
canavesano, nell'eporediese in particolare;
-
un milione sono state le ore di cassa integrazione
,in questo ultimo anno.
NEL 1969 A CHIVASSO:
-
arrivava popolazione dal Veneto, dal Sud , dalle
altre province piemontesi perché la presenza
dello stabilimento Lancia dava lavoro e garanzie
di un impiego stabile .
L'aumento della popolazione determinava parallelamente
uno sviluppo urbanistico, con la
nascita di nuovi quartieri, faceva aumentare
la domanda di servizi ( es. nuove scuole, la
Blatta, la Mazzucchelli ), contribuiva all'
arricchimento della rete commerciale, richiedeva
un potenziamento del sistema di trasporti.
- Crescevano
i centri urbani vicini ( Montanaro, Brandizzo..
Caluso che addirittura gravitava su tre centri
produttivi Olivetti di Ivrea, la Lancia e la
Honeywell, sigh...).
-
Molti operai erano pendolari e provenivano dai
paesi circostanti.
-
Mutava il volto produttivo del territorio che
aveva sempre avuto una vocazione agricola.
-
Il pendolarismo rendeva possibile anche una
trasformazione del settore agricolo.
-
Gli uomini diventavano operai turnisti, le mogli
erano titolari di micro- aziende agricole,
questo in seconda battuta accelerò il
processo di meccanizzazione dell'agricoltura
(il trattore sostituì l'animale da tiro,
i macchinari il lavoro manuale, perché
si riducevano il numero di braccia e di ore
in cui l'intero nucleo poteva lavorare i campi
). Parallelamente si formarono aziende agricole
di maggiori proporzioni, perché chi sceglieva
di non entrare in fabbrica, poteva affittare
i fondi di chi aveva abbandonato il mestiere
dei suoi antenati, svolto ininterrottamente,
per generazioni.
OGGI A CHIVASSO:
Si costruiscono molte case , ma chi le acquista
sono spesso famiglie che decidono di spostarsi
dall'area metropolitana di Torino, per far vivere
i propri figli in un contesto ritenuto più
adatto,di quello della grande città, scegliendo
il pendolarismo lavorativo.
La casa a Chivasso, il lavoro resta a Torino ...
QUALE
LAVORO E' POSSIBILE OGGI A CHIVASSO ,DOPO CHE
17 ANNI FA E' STATA ANNUNCIATA LA CHIUSURA DELLO
STABILIMENTO, SOTTO I COLPI DELLA DELOCALIZZAZIONE
DELLA PRODUZIONE DELL'AUTO (POLONIA , TURCHIA,
BRASILE )?
Molte delle aziende che hanno trovato collocazione
nella cosiddetta area Lancia non godono di una
situazione favorevole dal punto di vista imprenditoriale,
come si può notare leggendo articoli sui
settimanali locali,o osservando i picchetti ,posti
ai cancelli.
Abbiamo pensato di contare ,in modo sommario,
il numero delle agenzie di lavoro presenti in
città e di verificare quali profili lavorativi
vengano richiesti, quali i luoghi di lavoro.
Sono ben sette; le mansioni richieste sono quelle
di operaio generico e commessa.
(In teoria potremmo farci un pensierino!!!).
La durata media del contratto è compresa
tra i tre e i sei mesi.
In classe abbiamo analizzato il significato di
alcuni termini o istituzioni che regolamentano
il mondo del lavoro oggi, per provare a costruire
un piccolo vademecum ,in soccorso ai giovani in
cerca di occupazione e ...purtroppo non solo giovani.
Un ragazzo /a che debba fare ingresso nel mondo
del lavoro, non può esimersi dal sapere
che
vive in una società dinamica, i cui imperativi
categorici sono flessibilità, globalizzazione,
strategia di programmazione , armi vincenti per
battere la crisi, recitano molti documenti legislativi.
Non correrà il pericolo di sentirsi alienato
da dover svolgere le stesse mansioni decine di
volte al giorno, centinaia di volte la settimana,
migliaia di volte al mese , milioni di volte nel
corso della sua carriera lavorativa.
La
legge Biagi ha introdotto:
- una
modificazione dei contratti dell'apprendistato;
-
il lavoro ripartito , quello intermittente;
-
fatto sparire il lavoro a tempo indeterminato
e a chiamata.
Il lavoratore oggi è IMPRENDITORE DI SE
STESSO , infatti per essere un lavoratore ripartito
o a progetto serve la PARTITA IVA (citazione pag
49 e 51 del testo di Bajani).
Quello che dovrebbe essere un lavoro dipendente
diventa,nella sostanza, un lavoro autonomo.
L'articolo 56 della costituzione dice che ogni
persona ha diritto ad una giusta retribuzione:
il lavoratore a progetto è retribuito,
l'importo non varia, se il tempo dedicato al raggiungimento
dell'obiettivo è maggiore di quello preventivato;
né dà automaticamente diritto ad
un buon guadagno, perché gli annunci recitano
“buone prospettive di guadagno “,
ma non dicono “se si riescono a raggiungere
gli obiettivi”!
Chi
è un collaboratore a progetto?
Se
qualcuno vi chiede se siete un LAP, non offendetevi
: è una persona informata!Non vi sta dando
del ballerino di lap dance, ma del lavoratore
a progetto [...]
Chi
è un somministrato?
[...]
Il
lavoro si può camuffare sotto diverse forme
:si può lavorare ,ma non lavorare (lo stage)
Lo statuto dei lavoratori introdusse :
a) il divieto di licenziamento arbitrario sulla
base di opinioni politiche,sindacali, religiose
b) la tutela della salute
c) la possibilità di ricorso alla magistratura
in caso di violazione dei propri diritti
OGGI
SONO ANCORA RISPETTATE QUESTE CONQUISTE ?
Sappiamo che per svolgere alcune mansioni anche
umili, è richiesta la bella presenza.
Molte giovani donne ,con le scuse più svariate,
perdono il lavoro o vengono assegnate a mansioni
meno qualificate se annunciano la propria maternità.
In nome della produzione che deve essere a ciclo
continuo, avere la domenica libera non è
più indispensabile.
Gli ipermercati sono sempre aperti, di domenica,
nelle giornate di festa, sia civili che religiose;
significativa fu la polemica dei dipendenti di
un IPERMERCATO canavesano ,a cui fu chiesto ,
la scorsa primavera, di lavorare il 1 maggio.
Quando si dice “NON C'E' PIU' RELIGIONE!!!”
Molti firmano accordi in cui accettano, a priori,
l'eventuale licenziamento, qualora la propria
collaborazione non sia utile o troppo dispendiosa
per il datore di lavoro.
Accadono moltissimi incidenti causati, ora come
un tempo, dall'eccessivo carico, dalla velocizzazione
delle procedure, dalla sottovalutazione dei rischi
( ricordiamo il caso degli estintori alla Thyssenkrupp...)
Spesso si verificano altri abusi, ad esempio salari
inferiori a quelli dichiarati sui documenti ecc..
Concludiamo con un sillogismo:
Se l' Italia è una Repubblica democratica
fondata sul lavoro ,
ma il lavoro è precario
anche la democrazia è traballante ...
Ringraziamo Andrea Bajani per l'involontaria partecipazione
.
Ci siamo permessi di citarlo per rendere meno
angosciante l'argomento , anche se in tutta onestà
ci è rimasto un retrogusto amarognolo.
(3)
Lavoro svolto dalle allieve Leonelli Irene e Nervo
Melissa appartenenti alla
classe IV C del Liceo socio-psicopedagogico “
Europa Unita” di Chivasso.

da sx: Marco Revelli, Paola Vcchina, Antonio Sansone,
Beppe Stocco, Melissa Nervo e Leonelli Irene
Lettera
immaginaria di un nonno operaio che ha preso parte
alla stagione
dell’ “autunno caldo” del 1969
rivolta alle sue due nipoti adolescenti.
Carissime Irene e
Melissa,
la mia sarà una breve lettera per raccontarvi
la mia vita, il mio lavoro. Spero di non essere
pedante e saccente, come a volte gli adulti risultano
quando iniziano i loro lunghi racconti. La mia
vuole essere una riflessione sul passato perché
esso aiuta a capire il presente e ad immaginare
meglio il futuro. Un grande scrittore latino,
Seneca, ha scritto: “Che cosa, dunque, è
il bene? E’ la conoscenza della realtà.
E il male?L’ignoranza”. Conoscere
quindi aiuta a non sbagliare più.
La mia storia di operaio è
stata attraversata da quella stagione che viene
definita “autunno caldo”del 1969 a
cui ho partecipato attivamente insieme ad altri
quattro milioni di lavoratori (così raccontano
le stime ufficiali). Prima di quel periodo la
condizione dell’operaio era davvero dura:
48 ore di lavoro settimanali e spesso anche di
più; aggiungete le ore impiegate, da parte
dei pendolari, per arrivare in fabbrica e tornare
a casa, metteteci anche l’assenza di diritti
nei luoghi di lavoro e capirete che cosa poteva
essere l’alienazione.
L’idea che i lavoratori potessero riunirsi
in assemblea in fabbrica era considerata un’assurdità.
Le condizioni di lavoro, al di là dei ritmi
e dello stress, erano quasi sempre caratterizzate
da mancanza di protezioni, sicurezza, da nocività
tali da provocare alla lunga molte malattie.
C’erano poi le divisioni interne per categorie,
tra gli operai e gli impiegati con una netta divisione
fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, per
cui l’impiegato si sentiva controparte dell’operaio.
Quando avete studiato l’organizzazione scientifica
del lavoro introdotta dal Taylorismo avrete sicuramente
parlato di queste cose.
I lavoratori della mia generazione incominciarono
a ribellarsi fin dal 1968, con importanti manifestazioni
sindacali, a carattere locale e nazionale, per
ottenere il superamento delle cosiddette “gabbie
salariali”. Queste ultime erano griglie
differenziate di remunerazione, sulla cui base,
per mansioni identiche, veniva corrisposto un
salario diverso fra Regione e Regione, spesso,
anche fra Province della stessa Regione.La conquista
della loro abolizione in ogni parte del Paese
avverrà nell’anno seguente.
Fin dal ’68, dunque, fermenti di ribellione
si manifestarono nelle grandi fabbriche, soprattutto
al Nord, dove più alta era la concentrazione
di lavoratori nell’industria e nei servizi;
molti erano i giovani di recente assunzione e
moltissimi quelli meridionali, immigrati per trovare
quell’occupazione che a casa loro restava
un miraggio.
Molti hanno sostenuto che gli operai iniziarono
a muoversi perché contagiati dagli studenti,
ma di motivi per prendere l’iniziativa ne
avevamo a sufficienza, come avete ben compreso.
Sicuramente nella stagione dell’“autunno
caldo” del 1969 i lavoratori diventarono
i protagonisti del cambiamento e del rinnovamento
del Paese con a fianco i giovani e gli studenti.
Nei luoghi di lavoro si cominciava a discutere
delle scadenze dei rinnovi contrattuali che riguardavano
molte categorie (di cui la più numerosa
era quella dei metalmeccanici) e gli obiettivi
fondamentali della lotta furono l’incremento
salariale uguale per tutti, la parità normativa
tra operai e impiegati, la tutela della salute
del lavoratore nel luogo di lavoro, la possibilità
di organizzarsi democraticamente in assemblea,
di costituire i “consigli di fabbrica”
a cui partecipavano operai eletti tramite il voto
dei lavoratori. Essi somigliano un po’ ai
vostri organi delegati.
Nei contratti, che furono rinnovati
alla fine del ‘69, vi fu un'altra conquista,
apparentemente secondaria, ma in realtà
molto importante: le 150 ore. Si trattava del
“monte-ore”, sottratto alla produzione
e pagato dalle aziende, che il lavoratore poteva
utilizzare nel corso dell’anno per studiare.
Aver posto e ottenuto questo obiettivo dà
il senso, più di ogni altro, della rivoluzione
mentale che era avvenuta. Si usava del tempo sottratto
al lavoro per ampliare le proprie conoscenze.
La cultura, non più solo le braccia, come
investimento e riscatto sociale.
Questo risultato già da solo sarebbe stato
sufficiente per cogliere l’importanza della
svolta nelle lotte del ‘69. Ma l’unica
vera riforma in campo sociale che emerse dall’”autunno
caldo” è stato lo Statuto dei Diritti
dei Lavoratori, che entrò in vigore il
20 Maggio 1970.
Al di là dei singoli punti di tale Legge,
il valore innovativo maggiore dello Statuto sta
nel fatto che le persone,sia che indossino una
tuta sia un camice, sono dei cittadini che hanno
dei diritti inalienabili.
Questo, oggi, è un dato certo nella coscienza
comune. Ma quanto c’è voluto per
arrivarci!
E quanto è costato! Non solo in termini
di energie spese, ma anche per le resistenze incontrate,
per la violenza suscitata.
Mi fermo qui perché rischierei di annoiarvi,
anche se sono convinto che senza memoria ci sia
solo il vuoto alle spalle.
Ho cercato di raccontarvi il
mondo che noi anziani vi abbiamo consegnato affinché
il ricordo del passato possa servirvi per immaginare
il futuro.
Se i vostri cuori e le vostre menti saranno capaci
di accendersi per ogni ingiustizia, chiunque ne
sia la vittima e in qualsiasi parte del mondo,
vorrà dire che vi sentirete e sarete veramente
parte dell’umanità.
Se ogni vostro atto e pensiero saranno volti a
contrastare la prepotenza e a costruire l’equilibrio
fra tutti gli esseri umani, e fra loro e la natura,
spargerete intorno a voi un contagio benefico.
Se, al contrario,vi chiuderete nell’egoismo,
anziché aprirvi alla solidarietà,
e vi rifugerete nell’individualismo, sarete
uno dei tanti naufraghi alla deriva nel mare di
pochezza globale che oggi ci circonda.
Sta a voi decidere.
A presto.

(4)
Lettera immaginaria di due ragazze adolescenti
indirizzata al nonno operaio.
Caro nonno,
ci hai sempre ripetuto che il lavoro “nobilita”
l’uomo; attraverso lo studio di grandi pensatori
come Karl Marx abbiamo poi capito il senso di
tale frase: il lavoro è l’essenza
stessa dell’uomo, è ciò che
lo distingue dall’animale e lo rende umano.
Il lavoro è quindi una parte importante
della nostra vita,ancora di più per noi
ragazze che,nonostante le pari opportunità,
siamo discriminate.
Tu,caro
nonno,hai lottato per difendere i tuoi diritti
di lavoratore,noi dobbiamo lottare per avere un
lavoro.
Studiamo con la speranza di svolgere la professione
per la quale ci stiamo preparando, ma non sarà
così perché oggi l’unica forma
di occupazione a cui possiamo ambire è
quella precaria, che non sempre consente di impiegarci
nel settore da noi scelto.
Essa interessa un numero molto elevato di giovani
e provoca instabilità psicologica ed una
debole identità professionale. La precarietà
induce in noi giovani un senso di sfiducia e di
insicurezza (che molte volte si trasforma in abbandono
della ricerca di un lavoro stabile) proprio perché
ritarda l’emancipazione individuale, rende
più difficile progettare il futuro, costituire
una famiglia e programmare la nascita di figli.
Crea insomma quella che Marx ha chiamato “alienazione”
per il proletario.
Il lavoratore a cui si riferisce l’autore
era alienato perché il suo lavoro non era
espressione di se stesso, ma del capitalista;oggi
un giovane si sente alienato perché viene
espropriato della sua vena creativa, del suo desiderio
di impegnarsi in qualcosa di costruttivo per sé
e per la società, della progettualità
di un percorso di vita.
Le forme di lavoro a tempo determinato, regolate
da contratti di lavoro a scadenza senza obbligo
di rinnovo, stanno creando, secondo noi, una generazione
sempre più concentrata sul “presente”,
data l’impossibilità di accumulare
risorse finanziarie da destinare alla realizzazione
di un progressivo progetto di vita.
Dobbiamo imparare ad utilizzare
un altro termine oggi molto in voga: “flessibilità”.
Ciò significa che dobbiamo adattarci all’idea
che saremo facilmente licenziabili e nessuno potrà
dirci se in futuro la nostra qualifica sarà
ancora richiesta.
Il passaggio da un lavoro flessibile all’altro
per lunghi periodi ci può impedire di migliorare
la nostra qualifica professionale, il riconoscimento
delle nostre capacità lavorative, la progressione
nella carriera e un miglioramento delle condizioni
economiche.
Ciò si ripercuote sulle famiglie perché
l’incertezza della disponibilità
di un reddito, da parte dei giovani, frena i processi
di uscita dal nucleo familiare di origine e la
formazione di nuove famiglie.
Diventa quindi costante la preoccupazione di perdere
il lavoro e la necessità di sostituirlo
immediatamente con un altro.
Come vedi,caro nonno,le cose
poi non sono cambiate così tanto dai tuoi
famosi tempi. Queste forme di lavoro perpetuano
la stratificazione che tu hai conosciuto molto
bene: nella parte alta della scala sociale si
concentra una minoranza di lavoratori con i salari
più elevati, l’occupazione più
stabile, una formazione continua, un’elevata
autonomia, persone con nuove prospettive professionali
perché hanno titoli di studio competitivi,
conseguiti in prestigiose università oppure
famiglie importanti alle spalle, che passano loro
il testimone di un’attività già
avviata.
Nella parte bassa si concentra invece la massa
dei lavoratori che passa da un’impresa all’altra,da
un tipo di lavoro all’altro,usufruendo di
contratti a termine e di salari modesti con il
rischio permanente di cadere nella condizione
sociale della povertà.
Sembrerebbe a questo punto che per noi giovani
non ci sia una via di uscita, ma questo significherebbe
ignorare le lotte di tanti esseri umani e vanificare
il processo storico che ha portato alla conquista
dei diritti fondamentali in tutto il mondo.
Non possiamo aspettare passivamente che le cose
cambino da sole. Non possiamo crogiolarci nell’idea
di avere un lavoro sicuro senza far nulla.Se non
siamo persone autonome e non sappiamo autogestirci
c'è sempre qualcuno al comando della società,dell'economia,del
lavoro,che farà le scelte al posto nostro.
Occorre che noi, prima di tutto,ci informiamo,
ci rendiamo conto degli ostacoli, a volte invalicabili,
presenti nel mondo del lavoro;in secondo luogo
occorre che facciamo valere le nostre esigenze,
perché spesso ci adattiamo passivamente
sottovalutandole e ritenendo il futuro una macchia
nebulosa e non una casa da costruire, mattone
su mattone.
Quello che possiamo e dobbiamo fare è formarci
in modo attento, preciso, curato, potenziare la
nostra forza di volontà imitando quella
che ha contraddistinto la vostra generazione,
mobilitare tutte le risorse che abbiamo a disposizione,
impegnarci con tutte le nostre energie per far
capire i bisogni e le idee a chi ci rappresenta.
Insomma, nonno, dobbiamo fare come te...!
(5)
Marco Revelli
- Figlio
del partigiano-scrittore Nuto Revelli, è
titolare delle cattedre di Scienza della politica,
Sistemi Politici e Amministrativi Comparati e
Teorie dell'Amministrazione e Politiche Pubbliche
presso la Facoltà di Scienze politiche
dell'Università degli Studi del Piemonte
Orientale "Amedeo Avogadro", si è
occupato tra l'altro dell'analisi dei processi
produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione),
della "cultura di destra" e, più
in genere, delle forme politiche del Novecento.
È coautore
con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di
uno dei più diffusi manuali scolastici
di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori,
1°ed. 1993).
La sua prima esperienza
politica è stata in Nuova Resistenza, un
gruppo nato sull'onda degli eventi del luglio
1960 e attivo fino al 1968. In seguito partecipa
alla fondazione di Lotta Continua, in cui rimarrà
fino allo scioglimento (1976). Verso la fine dell'esperienza
di LC inizia a collaborare con la rivista Primo
Maggio, cioè con "il filone operaista
che non aderisce e non segue la parabola di Potere
Operaio, e che sceglie di stare a cavallo tra
analisi sociale e ricostruzione storica, che lavora
sulla storia dell’altro movimento operaio".
Alla fine degli anni
novanta è stato tra i fondatori del periodico
(prima mensile e poi settimanale) Carta dei Cantieri
sociali. Suoi articoli compaiono spesso sul quotidiano
Il Manifesto.
(5)
Care
Irene e Melissa,
due operai stanno ammucchiando
mattoni lungo una strada.
Passa un viandante che s’informa sulla natura
del loro lavoro.
Uno modestamente risponde: “Sto ammucchiando
mattoni”.
L’altro esclama: “Innalzo una cattedrale”!
Il primo operaio impila pietre per sé e
per guadagnarsi da vivere; il secondo fa esattamente
lo stesso, ma sa di costruire qualcosa di grande
per il futuro.
Vi ho riferito il brano di un discorso tenuto
da Nenni nel 1959 in Parlamento.
E’ vero, quindi, il lavoro
nobilita l’uomo.
Ogni gesto compiuto dal lavoratore in azienda,
se visto e collocato sotto questa ottica, contribuisce,
come avrebbe detto Nino Andreatta a “costruire
una cattedrale, come l’ingrata fatica degli
scalpellini medioevali che mettevano la stessa
dedizione in tutte le decorazioni, si trattasse
della facciata o dell’angolo più
nascosto, quello che solo i piccioni sono in grado
di apprezzare”.
Il buon risultato delle proprie
fatiche, la tessera del mosaico che ognuno mette
nell’impresa, l’ambizione alla valorizzazione
personale e collettiva del contributo che offrono
le persone sono il segno concreto di cosa sia
l’Etica del Lavoro.
Il miglioramento delle competenze attraverso la
formazione è uno degli strumenti di questo
percorso di miglioramento del lavoro.
La formazione è un modo per far uscire
il tema della società della conoscenza
dai seminari e dalle tavole rotonde e renderlo
strumento di miglioramento della vita, della condizione
personale e della partecipazione del lavoratore
nell’impresa.
Una formazione che, a differenza di cosa è
capitato a vostro nonno, dovrà attraversare
tutta la vostra vita: una formazione continua
che è una sorta di assicurazione sulla
vita lavorativa, che serve a prevenire e affrontare
i cambiamenti del mondo del lavoro.
In questo quadro, però, servono le tutele;
diversamente, si avvera la seconda parte del detto
che avete citato. Il lavoro nobilita l’uomo
e lo rende l’uomo simile alla bestia.
Care Irene e Melissa,
avete ragione: il lavoro è
veicolo d’identità per la persona.
Il disoccupato, purtroppo, si definisce per cosa
non fa: e il precario rischia di avere un’identità
intermittente.
Voi definite la flessibilità con l’idea
che sarete facilmente licenziabili: in realtà,
la flessibilità si può coniugare
in un significato più ampio.
E’ presente in ingresso e rischia di trasformarsi
in precarietà anche perché, quando
è tale, lo è anche in uscita.
Si sviluppa nel rapporto di lavoro sia nel tempo,
con i cosiddetti orari flessibili, sia nello spazio,
con l’impiego in più mansioni nell’impresa.
Per queste ragioni è ora di mettere mano
a una riforma del mercato del lavoro; a quell’insieme
di norme che regolano l’ingresso, la mobilità
e l’uscita dal mondo del lavoro.
Una Riforma del mercato del lavoro che superi
la precarietà degli ingressi, favorisca
la mobilità sociale, sostenga la riqualificazione
e consenta di ritrovare presto un lavoro nel caso
lo si perda.
In questo quadro penso vada collocata una riflessione
sul Contratto unico di lavoro a tempo indeterminato
che definisca, entro un tempo certo, un percorso
di tutele crescenti.
Cosa vuol dire percorso di tutele crescenti ?
Voi, Irene e Melissa, dovrete ricominciare da
capo come è toccato a vostro nonno?
Non penso che la definizione di diritti per i
lavoratori atipici passi per la riduzione dei
medesimi per i lavoratori “tipici”.
Penso, però, che le tutele che storicamente
sono in dotazione ai lavoratori, a partire dallo
Statuto dei lavoratori, non colgano complessivamente
le nuove esigenze che emergono dai lavoratori,
in particolare da quelli atipici.
Questioni come l’accesso al credito e la
formazione hanno rilevanza strategica e non sono
contemplate dal complesso di tutele e dei diritti
esistenti.
Penso, allora, che in un percorso graduale di
alcuni anni si possa ottenere da subito diritto
agli ammortizzatori sociali, sostegno nell’accesso
al credito e formazione esigibile e accettare
una conferma definitiva del rapporto entro, per
fare un esempio, 3 anni.
Bisognerebbe sgombrare il campo dalla giungla
di rapporti precari inventati in questi anni.
Oltre al contratto unico, penso che sarebbe utile
un ritorno al futuro, utilizzando alcuni strumenti
per il fine per il quale sono stati creati.
Faccio 3 esempi:
• I contratti a causa mista (lavoro e formazione),
con differente intensità formativa, quali
il contratto d’inserimento, per l’acquisizione
di competenze di base, l’apprendistato,
per il livello medio alto di competenze, e una
sorta di contratto di reinserimento che serva
per la manutenzione dei livelli di professionalità
in corso di carriera lavorativa e, specificamente,
nell’ambito di piani di ricollocazione.
Tutte le tipologie di contratti a causa mista
dovrebbero godere di incentivo per le aziende.
• Contratto a tempo determinato, per periodi
di temporanei picchi di lavoro, secondo uno schema
di 6 mesi prorogabili per altri 6 mesi, e, comunque,
per contratti che, nel loro insieme, non vadano
oltre l’anno. Il primo contratto sarebbe
a carico di oneri sociali normale, la proroga
dovrebbe avere un carico aggiuntivo di oneri sociali
che fungesse da deterrente contro eventuale utilizzo
distorto.
• Contratto di somministrazione a tempo
determinato per l’acquisizione di figure
professionali non presenti nel normale organico
aziendale, con contribuzione piena di oneri sociali.
Care Irene e Melissa,
bisognerebbe che, una volta entrati
nel mercato del lavoro, si possa far partire l’ascensore
sociale, evitando di replicare un paese in cui
il figlio del notaio faccia il notaio, il figlio
dell’architetto faccia l’architetto
e il figlio dell’operaio, ineluttabilmente,
faccia l’operaio.
Ancora: in caso di crisi dell’impresa o
di perdita del lavoro serve una rete che aiuti
a risolvere in fretta i problemi.
Per fare questo è utile avviare un modello
di welfare integrativo orientato, come si pratica
in scandinavia, alla Flexecurity, cioè
tenendo insieme flessibilità e tutele sociali.
Chissà se vostro nonno sarebbe d’accordo:
io userei questo slogan.
Da operaio massa a lavoratore che partecipa: costruire
la sicurezza attiva, cioè un sistema che
offra opportunità al lavoratore chiedendogli
di partecipare attivamente alla loro realizzazione.
Le cosiddette politiche attive del lavoro devono
vedere attiva sia la rete attorno al lavoratore
sia lo stesso lavoratore.
Il welfare integrativo è uno strumento
complementare di tutele sociali e di opportunità
da affiancare allo stato sociale.
Nei contenuti di cui riempiamo il welfare integrativo
ci sono i geni ideali, il dna costitutivo dei
valori che hanno portato, oltre un secolo fa,
alla nascita del sindacato.
Un percorso che, attraverso il novecento, è
approdato alla bilateralità come realizzazione
concreta dell’ambizione di “educare”
le imprese alla responsabilità sociale,
cioè a farsi carico delle persone, delle
comunità territoriali e dell’ambiente
nel quale svolgono le loro attività.
Le esperienze di bilateralità possono,
a buon diritto, rappresentare le società
di mutuo soccorso del 2000.
Queste affermazioni vogliono dare conto di un
modello di welfare con una comunità d’impresa
che crea identità e appartenenza attorno
al lavoro, alla sua funzione creativa e al suo
valore sociale: che sa proporsi in una logica
di sussidiarietà nei confronti dello Stato,
sul tema del Welfare, sapendo anche renderlo leva
di prossimità utile ad intercettare le
esigenze del lavoratore e della coesione, e, quindi,
della competitività d’impresa.
Non per mettere in cantina il vecchio modello,
costruito e sostenuto da vostro nonno, ma per
integrarlo con un modello a più gambe.
Infatti, oltre al welfare pubblico, il nuovo modello
può fondarsi su welfare aziendale, negoziato,
associativo e bilaterale.
Elementi di welfare negoziato sono stati la previdenza
complementare, i fondi interprofessionali per
la formazione, lo sviluppo degli asili aziendali
e i fondi di assistenza sanitaria integrativa.
Ad esempio, adesso servirebbero case per i migranti
e servizi a sostegno dell’integrazione e
dell’istruzione fondi per il diritto allo
studio e borse di studio.
La Bilateralità sul mercato del lavoro
per favorire l’ingresso dei più deboli,
la mobilità sociale,il bilancio di competenze
e i piani di ricollocazione.
Per dare gambe a questi propositi serve un nuovo
modello di relazioni: la Partecipazione è
il nuovo orizzonte che considera l’Impresa
una comunità di persone e di valori.
Serve costruire una partecipazione dal basso,
che non si fermi nei consigli di amministrazione,
ma che arrivi nelle officine e negli uffici.
Infine, care Irene e Melissa,
voi lamentante, in quanto donne,
di essere discriminate nonostante le pari opportunità.
Penso che si ponga per la vostra generazione un
tema con cui vostro nonno e vostra nonna non hanno
dovuto fare i conti.
Il tema è la Conciliazione dei tempi di
vita e di lavoro.
Il mercato del lavoro testimonia, soprattutto
negli ultimi 20 anni, come ci sia un concetto
di tempo che si vuole declinare insieme a quello
di libertà.
Il tempo determinato di chi vuole avere la libertà
di non vincolarsi ad un’unica o prima occasione.
Il tempi indeterminato di chi lo vede come strumento
di libertà per cominciare a costruire concretamente
i propri progetti di vita.
Il tempo dell’orario flessibile e di chi
lo subisce come vincolo alla propria libertà:
il tempo del part time e di chi lo considera strumento
di libertà per conciliare gli altri tempi
della propria vita.
Questa è la responsabilità che assumiamo
quando, giustamente, abbiamo l’ambizione
di regolare il mercato del lavoro, i suoi percorsi
e tempi di stabilizzazione.
Il mercato del lavoro è uno dei luoghi
a cui le persone affidano i progetti della loro
vita, riponendo l’aspirazione ad assecondarli.
Insieme ai tempi di lavoro bisogna fare i conti
con i tempi di vita: con il tema della conciliazione.
Per tradurre in un altro modo il tema della conciliazione
tempi di lavoro – tempi di vita, in genere
io uso questa espressione: “Se la flessibilità
del lavoro si cala in un sistema rigido ci sarà
un prezzo da pagare e il conto verrà saldato
dai lavoratori”.
Troppo spesso, infatti, il sistema delle imprese
fa l’apologia della flessibilità
in termini di deregolazione, di maggior libertà:
questo per alcuni versi è una sfida per
il sindacato ma per altri versi rischia di rendere
il sistema solo “libero dai più deboli
“ovvero dall’onere di occuparcene
e di operare politiche inclusive.
Il tema dei servizi alla flessibilità si
traduce in termini di sostegno alla gestione delle
attività di cura e di assistenza in cui
anche i lavoratori flessibili sono coinvolti.
Questo può realizzarsi nelle esperienze
degli asili aziendali, ma anche in una diversa
modulazione dell’apertura di quelli pubblici;
oppure, sul tema dell’assistenza agli anziani
o ai non autosufficienti, in voucher pagati dalle
aziende e spendibili dai lavoratori nei giorni
in cui non possono esercitare direttamente l’attività
con i propri cari. Ma anche nella disponibilità
di assistenza domiciliare a spot, collegata alle
esigenze del lavoratore.
Occorre individuare strumenti dedicati che abbiamo
la funzione di “conciliatori sociali”
e che accompagnino provvedimento di miglioramento
della competitività del sistema –
paese coniugandola con un approccio plurale al
mercato del lavoro e ai suoi soggetti.
Care Irene e Melissa,
la mia lettera è stata
un po’ lunga: del resto voi avete posto
questioni importanti, a cui spero di aver dato
un contributo di riflessione.
Un ultima riflessione: aiutate il sindacato a
entrare in rapporto con voi giovani.
Provocatelo, criticatelo ma entrateci in rapporto.
Lo storico patrimonio del sindacato italiano che,
nei confronti della generazione di vostro nonno,
ha avuto anche una funzione educatrice verso i
lavoratori, deve essere rilanciato e essere capace
di intercettare i nuovi bisogni e proporre gli
antichi ideali.
Rilanciato come esperienza capace di riproporre
tra le persone i valori di solidarietà,
giustizia, uguaglianza e libertà.
Come direbbe una canzone dell’epoca di vostro
nonno, una libertà che è partecipazione.
E allora, partecipate a costruire questo sindacato
!
Antonio Sansone
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